Una mostra di diciotto foto

L’Ossario Commemorativo dei Caduti Slavi a Barletta nelle foto astratte di Jan Kempenaers a Londra

L’artista belga riconosce la bellezza composita del monumento barlettano degli anni ‘70

Cultura
Barletta lunedì 15 maggio 2017
di Mirella Vitrani
Foto di Jan Kempenaers a Londra
Foto di Jan Kempenaers a Londra © Breese Little Art Gallery

C’è un artista belga che ha creato un nesso tra l’arte contemporanea internazionale e la storia della città di Barletta. Jan Kempenaers è un fotografo di fama internazionale che si è interessato a un monumento storico italiano, l’Ossario Commemorativo dei Caduti Slavi, situato nel cimitero di Barletta.

Jan, interessato a fotografare monumenti, architetture e paesaggi urbani e non, seguendo un approccio formale e sperimentale, ha creato nuovi linguaggi che lo distinguono nell’ambito della fotografia e della ricerca nel settore. Già a partire dagli anni ’80, ha girato il mondo con la sua arte che l’ha portato anche ad un dottorato di ricerca in Visual Arts e a proseguire con un progetto di sperimentazione post-dottorato sulla fotografia astratta.

L’immagine dedicata all’edificio che rappresenta uno dei monumenti ai caduti più importanti d’Italia, l’Ossario commemorativo dei Caduti Slavi della prima e della seconda guerra mondiale, dove venivano sepolti i militari appartenenti alla NLAY, la formazione partigiana per la liberazione della Jugoslavia, è inserita, da inizio mese, in una mostra di diciotto foto tutte opera dello stesso autore, presso la galleria d’arte di Londra Breese Little.

Rigorosamente in bianco e nero, tutte le immagini riprendono monumenti e architetture commemorative dei caduti durante la seconda guerra, per lo più provenienti dal Kosovo, e in parte da Yugoslavia, Serbia e Bielorussia.

Il fotografo è passato da Barletta per osservare ed interpretare una scultura che fa da ponte tra l’Italia e la Jugoslavia, il monumento progettato dal noto scultore Dušan Džamonja ed inaugurato nel 1970, simbolo dello spirito di pace e fraternità che caratterizzava ed univa questi due popoli in una visione di progresso capace di coincidere con esigenze di benessere e pace tra culture.

Nel sacrario militare, sito nell’area nord-ovest del cimitero di Barletta, giacciono le spoglie di oltre ottocento partigiani jugoslavi, e rappresenta ancora oggi uno dei tre più importanti esistenti in Italia, assieme a quello di Prima Porta nei pressi di Roma e di Sansepolcro in provincia di Arezzo.

I feriti durante la lotta di liberazione, venivano trasportati dagli inglesi negli ospedali militari dell'Italia meridionale e presso il campo militare slavo da loro stessi organizzato nel ’44 a Barletta; lì i soldati venivano sepolti e registrati.

Ventitrè anni dopo il Ministero degli Esteri chiese al Comune di Barletta di concedere al governo slavo un'area di 2.100 m² per la costruzione nel cimitero cittadino dell'ossario commemorativo dei caduti slavi sepolti a Barletta e nei cimiteri delle città limitrofe. In quell’occasione, il sindaco Morelli non esitò ad acconsentire il permesso, interpretando i sentimenti della cittadinanza, e augurando al presidente del Consiglio federale jugoslavo del tempo che quel gesto fosse di buon auspicio per l’instaurazione di rapporti di sincera collaborazione e di amicizia fra il popolo italiano e quello jugoslavo.

Questa storia, che i cittadini barlettani potrebbero far fatica a ricordare, è immortalata dalla fotografia documentaria dell’artista, noto per la sperimentazione di alcune tecniche come il “foliage”, capace di mantenere anche in questo caso un approccio incentrato sulla forma, rifacendosi ad un concetto astratto di fotografia.

L’urgenza di rispondere a domande attorno al soggetto delle foto di Jan, nasce proprio dall’osservazione del suo punto di vista: distaccato, che tende a sottolineare l'isolamento e la desolazione delle strane strutture del telaio, accrescendo un senso di inaccessibilità nello spettatore. L’oggetto dell’immagine si mostra nella natura aliena delle strutture riprese, intensificando quel senso di alienazione in chi osserva. E’ così che si rende necessaria la ricerca di risposte riguardo agli oggetti immortalati: cosa siano, chi li abbia costruiti, perché.

Kempenaers si rivela un grande interprete, capace di scaturire queste domande, che si serva o meno della tecnica di sovrapposizione di dettagli, che lo contraddistingue, con la rappresentazione di brillanti rappresentazioni idiosincratiche degli oggetti; le stesse che il critico e curatore d’arte Willem Jan Neutelings ha definito non semplici fotografie documentarie, ma “immagini così potenti da ingannare lo spettatore, consentendogli di godere della melanconica bellezza di monumenti storici, e allo stesso tempo costringendolo a prendere posizione su un tema sociale”.

La critica dell’autore ed insegnante di critica d’arte, Brain Dillon, tiene a sottolineare che, per tutti i lavori di Kempenaers, è inevitabile un’astrazione da parte dell’arte, rispetto alla mera rappresentazione del monumento e della sua storia.

Pare che ciò non significhi che l’artista visivo si limiti ad esaltare tali strutture, in conformità con un approccio acritico ed invocando apertamente un’estetica del pittoresco, perché, la scelta stilistica cita e riconosce la storia dei paesaggi e monumenti. I monumenti si fratturano e ramificano come cristalli, in una sorta di muta della loro pelle che rivela complesse enigmatiche viscere. Questa scelta si fa molto evidente nei recenti lavori di Kempenaers, detti “composite”, in cui dettagli di monumenti sono ritagli soprapposti, gli orizzonti svaniscono, le prospettive si fanno caleidoscopische, l’occhio si perde tra la visualizzazione di più spigoli e superfici concorrenti.

Tra le diciotto immagini ora in mostra presso la Breese Little non c’è spazio per quella luce che pervade invece altre opere dello stesso artista, per lasciare il posto ad una seething obscurity, oscurità ribollente.

La mostra si basa sul libro Composite edito da Roma Publication, che raccoglie fotografie di paesaggi urbani e naturali realizzate da Jan Kempenaers in due decenni.

La mostra, presso la galleria di arte contemporanea Breese little nell’east London, è aperta al pubblico fino al 31 maggio. Per saperne di più: http://www.breeselittle.com/exhibitions/.


Foto © Breese Little Art Gallery

Lascia il tuo commento
commenti