L'intervento del giornalista Nino Vinella

Crollo via Canosa, ultimo saluto a due voci della tragedia

Ci sono vite predestinate a sopravvivere nella memoria di tutti per raccontare quelle altre vite strappate dalla violenza di una morte tragica

Attualità
Barletta sabato 15 gennaio 2022
di La Redazione
Crollo in via Canosa
Crollo in via Canosa © Nino Vinella

Ci sono vite predestinate a sopravvivere nella memoria di tutti per raccontare quelle altre vite strappate dalla violenza di una morte tragica, dolorosa, inimmaginabile.

Come nella storia del crollo di via Canosa, in quel drammatico mattino di mercoledì 16 settembre 1959 dove persero la vita 58 vittime innocenti della malaedilizia sotto le macerie dei quattro piani di un palazzo appena costruito solo qualche mese prima.

Per Barletta un lutto immane anche a distanza di sessantatre anni, acuito dal drammatico ripetersi di eventi uguali nella loro drammaticità: l’8 dicembre 1952 in via Magenta (quest’anno il settantesimo) con diciassette morti ed il 3 ottobre 2011 in via Roma con cinque giovani vite spezzate fra lavoro nero e demolizioni estreme.

Ma se proprio a Barletta è stato possibile affidare a pubblicazioni onorate fino ai massimi livelli in campo nazionale (come il catalogo della mostra svoltasi in Prefettura, presentato sotto l’egida anche della Direzione Generale Archivi di Stato per il 60° a Palazzo Madama con prefazione della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e relativo alto patrocinio per il forte impulso del senatore Dario Damiani) merito civico ed affettivo si deve alle voci di quelle vite, di quei testimoni dei fatti che, purtroppo, si stanno lentamente spegnendo causa l’età ed il venir meno della loro sofferta esistenza vissuta fra ricordi indelebili.

 

MARIA LUIGIA GORGOGLIONE, spentasi lo scorso 10 dicembre a settantanove anni, ne aveva da poco compiuti diciassette quando il giorno dell’onomastico, il 12 settembre, era in quel palazzo tanto bello da vedere con la sua facciata bianca e le persiane azzurre nella casa di Rosa Cocola e di Giacomo Corcella, lei sessantasei anni e lui settanta, appena trasferitisi da dove avevano sempre abitato a poche centinaia di metri da via Canosa 7 appena oltre il passaggio a livello, in vico chiuso Sant’Antonio Abate: avrebbero dovuto diventare suoi suoceri nel matrimonio di Maria Luigia con il fidanzato Giuseppe, quel figlio a cui il crollo aveva strappato papà e mamma.

Ho saputo che mamma Rosa aveva fatto qualche giorno prima uno strano sogno, quasi un presagio fatale: aveva sognato, tanto da spaventarsi forte ma da volerlo raccontare come l’aveva sognato a qualche parente più prossimo, che andava ad abitare nella casa nuova così tanto sospirata e che sotto il letto fresco di biancheria scopriva due bare. Quasi ad avere ricevuto un drammatico messaggio nella propria coscienza di buona cristiana…

Ha raccontato Maria Luigia ai microfoni in una mia intervista: “Quando mi affacciavo a quel balcone, avevo come la sensazione di cadere in avanti, che il balcone fosse inclinato verso la strada. Una sensazione che passava presto, non ci pensavo più perché in quell'appartamento ci abitavano tante persone a me care come i genitori del mio futuro marito e che sarebbero dovuto diventare miei suoceri in un matrimonio che fummo costretti a rinviare anni dopo per il lutto e il dolore della disgrazia… Io ero una signorina di appena diciassette anni compiuti e ci andavo a cucire ed a ricamare il corredo da quelle che chiamavo le ragazze del nostro gruppo, della comitiva, compresa la mia futura cognata di nome pure lei Maria che abitava anch'ella lì, ma che il 13 settembre, dopo aver festeggiato insieme il nostro onomastico, era partita per la Sicilia, dalla sorella e perciò si salvò…”

 

COSMO DAMIANO IMBRIOLA si é spento la notte prima dell’Epifania a novantatre anni, sessantadue dei quali trascorsi in un’esistenza assai più tormentata ed al limite della brutale disumanità per la sua tragedia familiare nella più immane catastrofe collettiva del crollo. La sua storia, più e più volte raccontata ai miei microfoni con la serenità di averla fin troppo vissuta nel profondo dell’anima così da consacrare tutto il tempo concessogli alla testimonianza, fu lui stesso a gridarla nell’aula del Tribunale di Trani quando si celebrò il processo ai colpevoli.

Così titolava la Gazzetta del Mezzogiorno nel pezzo dell’inviato Italo Del Vecchio datato 8 giugno 1960 per l’ottava udienza: “Voglio giustizia, signor Presidente! Grida un uomo che nel crollo perdette la famiglia. Drammatica deposizione del marittimo che già ai funerali urlò il suo dolore e le sue minacce ai responsabili. I vivi ricordano gli atti della tragedia”.

Era imbarcato come lavoratore marittimo a bordo di una draga Cosmo Imbriola quando il comandante della nave ricevette un fonogramma quel mercoledì 16 settembre 1959 in cui si richiedeva urgentemente la presenza dell’uomo a Barletta senza fornire altre spiegazioni.

“Qualche ora dopo, tornai così tanto affannato a Barletta da incamminarmi verso casa dalla stazione senza rendermi conto di quanto stava accadendo. Dov’era casa mia, non c’era più nulla – raccontava sempre commosso ma senza più lacrime – Tanta gente, le sirene. Mai avrei potuto lontanamente immaginare che mia moglie e le mie due piccolissime bambine fossero morte, che non le avrei mai più potuto riabbracciare, baciare, accarezzare…”

Mafalda Paparusso, 28 anni, lo aveva sposato quattro anni prima con tutta la gioia di andare poi ad abitare in quel palazzo dove avrebbe trovato la morte assieme alle figliolette Angela di 3 anni e Francesca di appena due. Le loro scarpette ed i loro completini, ritrovati dai soccorritori nello scavo fra i resti del palazzo di via Canosa numero 7, mi furono consegnati alcuni anni fa da una lontana parente che le aveva amorevolmente conservate ancora sporche della polvere di quelle macerie…

Per Cosmo, da me personalmente conosciuto tanto da sentirmi privilegiato nelle sue mattutine preghiere verso quelle tre anime in Paradiso, la vita doveva riprendere come obbligazione di pietà e di coraggio verso la vita stessa. Dal secondo matrimonio con Raffaella Larosa celebrato a giugno 1966 i due figli, Giuseppe e Francesca, ne hanno accompagnato il cammino finché la forza di quella tristezza infinita ha saputo trasformarsi nell’accettazione di un destino illuminato dalla fede. Il trigesimo sarà celebrato venerdì 4 febbraio alle 19 nella chiesa del Buon Pastore.

 

Nino Vinella, giornalista

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