Il fatto

Storia di un’insurrezione, ovvero quando Cafiero portò l’anarchia sul Matese

Lunedì scorso al San Sebastiano, la presentazione del libro di Bruno Tomasiello a cura del "Collettivo libertario Rivoltiamo La Terra"

Cultura
Barletta mercoledì 08 luglio 2015
di Michele Lamonaca
Presentazione del libro "La banda del Matese 1876 -1878"
Presentazione del libro "La banda del Matese 1876 -1878" © Barlettalive.it

Si mossero in poche decine, pur sapendo di non avere alcuna speranza di portare a termine l'insurrezione. Ma nonostante l'organizzazione disastrosa e le scelte strategiche avventate, Cafiero e compagni - di fatto più simili all'Armata Brancaleone che ad un gruppo di guerriglieri - ottennero un fallimento di grande successo mediatico, che portò sui giornali gli anarchici e le idee libertarie ed egualitarie del socialismo, con ripercussioni su quelli che di lì a poco sarebbero stati gli sviluppi della sinistra italiana.
 
Lunedì scorso il San Sebastiano ha ospitato l'evento organizzato dal "Collettivo libertario Rivoltiamo La Terra" al termine del quale è stato servito un aperitivo vegano, per raccogliere fondi da destinare al progetto territoriale “Non solo Marange”, collegato all’organizzazione nazionale no profit “Osservatorio sulla Repressione”».

Al "Lunedì critico" ha preso parte Bruno Tomasiello, che ha presentato il suo libro intitolato “La banda del Matese 1876 -1878”, accompagnato dal giornalista Pino Curci. Raccolta inedita dei documenti dell'epoca, che raccontano passo dopo passo la spedizione degli insurrezionalisti capeggiati dall'anarchico barlettano.  

Cafiero e i suoi compagni erano figli della prima Prima Internazionale,  organismo nato a Londra nel 1864. Sodalizio internazionale nato per legare i gruppi politici di sinistra - socialisti, anarchici,  comunisti, repubblicani mazziniani e marxisti - alle varie organizzazioni dei lavoratori, soprattutto quelle degli operai. 

L'episodio documentato dal libro di Tomasiello, racconta le seconda insurrezione anarchica dopo quella di Bologna del 1874. Era il 1877 quando Cafiero ed Errico Malatesta scelsero per la loro impresa il Matese, zona poverissima tra la Campania e il Molise, ispirati dalla convinzione che in Italia la rivoluzione dovesse partire non dagli operai ma dai braccianti agricoli.  

Così il 3 aprile di quell'anno i due arrivarono a San Lupo, in provincia di Benevento, a bordo di una carrozza, fingendosi turisti inglesi, incuriosendo così l'intero paese. Dimenticarono però l'alta quota della zona e il fatto che in quella stagione avrebbero trovato la neve. Impedimento non da poco per la guerriglia, a dimostrazione dell'ingenuità e della scarsa strategia profusa nella stesura del piano.

La sera del 5 aprile Cafiero e Malatesta furono raggiunti da altri rivoluzionari, tra cui Cesare Ceccarelli, Antonio Cornacchia e Napoleone Papini.  In principio i partecipanti alla spedizione sarebbero dovuti essere almeno un centinaio, invece si ritrovarono in ventisei.

Intanto, già da tempo le forze dell'ordine erano sulle loro tracce e li tenevano d'occhio, grazie alla soffiata di Salvatore Farina, che avrebbe dovuto fungere da tramite con i contadini della zona.  Così la notte fra il 7 e l'8 aprile 1877 i Carabinieri si presentarono alla porta della locanda dove gli anarchici si erano ammassati con vettovaglie e armi. Ci fu una sparatoria, e un carabiniere fu ferito, morendo qualche giorno dopo.

Malatesta e Cafiero dichiararono non più attuabile il piano di insurrezione per San Lupo. Ma non si arresero e assieme al resto della compagnia camminarono una notte intera per arrivare al paese di Letino, in provincia di Caserta, mentre era in corso il consiglio comunale.

Gli insorti occuparono il Municipio, sul quale issarono la bandiera rosso-nera , staccando immediatamente il ritratto del re Vittorio Emanuele e proclamando decaduta la monarchia.  Poi dichiararono abolita la tassa sul macinato, odiatissima dalla popolazione, e bruciarono tutte le carte comunali e catastali. In piazza tennero un discorso che conquistò la folla e il prete del paesino, li accolse come i veri portatori del massaggio evangelico. La banda si mosse per continuare l'opera ma l'intervento della polizia mise in fuga gli anarchici, che fuggirono nella foresta, arrendendosi dopo tre giorni.

Dopo l'arresto, i componenti della banda furono incarcerati a S. Maria Capua Vetere.  In cella Carlo Cafiero si dedicò alla traduzione del "Capitale" di Marx, così precisa e attenta da meritarsi i complimenti dello stesso autore.  In principio le autorità avevano intenzione di far giudicare gli insorti da un tribunale di guerra, il che avrebbe significato la condanna a morte per fucilazione. Per fortuna furono giudicati da un tribunale civile per intercessione della figlia di Carlo Pisacane, Silvia, che era stata adottata del Ministro degli Interni Nicotera, e che evidentemente riuscì a convincere il padre adottivo su richiesta dell'avvocato Carlo Gambuzzi, già amico di Bakunin.

Il processo contro la Banda del Matese iniziò il 14 agosto 1878 e si concluse il 25 dello stesso. Nel libro di Tomasiello è raccontato dalle cronache dettagliate dei giornalisti che vi assistettero. La sentenza dichiarò innocenti i ventisei anarchici imputati della morte di un carabiniere, attribuita invece a causa sopravvenuta. Al termine della lettura, nella sala gremita di gente, scoppiò un caloroso applauso. E mentre i carabinieri traducevano gli anarchici in carcere per le pratiche di liberazione, una folla di circa duemila persone acclamò gli insorti.

Come ha sottolineato Tomasiello, quel tentativo sgangherato di insurrezione ebbe un clamore eccezionale sui giornali. Grazie al coraggio di Cafiero e dei suoi compagni le idee dell'anarchismo e del socialismo salirono agli onori della cronaca, segnando un punto di svolta per la nascita del Partito Socialista Italiano. Un piccolo grande evento storico da non dimenticare, alla stregua della figura di Carlo Cafiero, - ha rimarcato Tomasiello - per riscoprirne lo spirito, che rifletteva il desiderio di rivendicare diritti fondamentali con una determinazione e un coraggio che oggi sembrano perduti.

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