L'iniziativa nel giorno del suo 66esimo compleanno

"Buon compleanno, Pietro!": una targa in memoria di Mennea, la Freccia del Sud

Apposta una targa in onore della Freccia del Sud sulle mura della sua casa natale, in zona San Giacomo, per restituire Pietro alla sua città e alle sue radici

Cronaca
Barletta venerdì 29 giugno 2018
di Cosimo Giuseppe Pastore
Targa per Pietro Mennea
Targa per Pietro Mennea © BarlettaLive.it

“È nato qui Pietro Paolo Mennea”. Così recita la targa commemorativa che dopo 66 anni dalla nascita della Freccia del Sud è stata apposta nel pomeriggio di ieri, 28 giugno, sulle mura della sua casa natale, in via Porta Reale n. 20, proprio in occasione del compleanno dell’atleta barlettano. Momento di raccolta intorno al nome che ha portato Barletta in giro per il mondo, l’appuntamento, organizzato dal Comitato Italiano Pro Canne della Battaglia nella persona di Nino Vinella, ha condotto ad un’ampia riflessione sul ruolo che ancora oggi Pietro riveste per i suoi concittadini: «Oggi si parla della fuga di tanti giovani che per realizzarsi vanno all’estero – riflette Don Sabino Lattanzio - e Pietro Mennea un po’ porta questa rabbia, perché queste potenzialità non sono valorizzate nel territorio ma altrove? Non dobbiamo mai demoralizzarci, dobbiamo essere perseveranti e allora che questa lapide serva a ciascuno di noi a non tirarci mai indietro».

Parole che riportano alla mente il percorso intrapreso da Mennea che dalla bottega di sartoria del padre ha spiccato il volo diventando personaggio di spicco in ambito sportivo e culturale, conquistandosi tappa per tappa la stima di cui oggi gode. È a questo messaggio che si deve la presenza dei ragazzi del centro locale di Trani di Intercultura, guidati da Victor Emanuele Motti. Testimoni di valori sportivi e sociali, non solo i giovani cosmopoliti sono chiamati ad afferrare la staffetta di Pietro, ma anche a mantenere viva la fiamma della Freccia del Sud, portandola in giro per il mondo. «Da Via Porta Reale correva fino alla chiesa di San Filippo – ci rivela Addolorata Picca, compagna di giochi d’infanzia di Pietro - e quando tornava aiutava il papà a cucire». Testimonianze che riportano indietro di circa 60 anni, quando ancora il quartiere non era asfalto, eppure le gambe del piccolo Pietro già cercavano vittorie percorrendo viottoli sino ad arrivare alla litoranea che oggi porta il suo nome: «Aveva circa 10 anni, era piccolissimo. Ricordo che correva continuamente, era un ragazzo molto bravo e tranquillo. Tutti qui lo ricordiamo come un bravo ragazzo per cui la corsa era tutto. Questa attività è di mio figlio, vivere questi spazi è un onore. Dico a mio figlio di ricordarsi che qui c’era Pietro, era in gamba».

La targa sarà l’ennesimo monito affinché la città della Disfida possa ricordare una grande personalità e un grande uomo che è partito dalla zona di S. Giacomo per arrivare sino ai giochi olimpici di Mosca nel 1980. «Rappresenta l’anello di congiunzione tra una persona, qui nata e vissuta, con una vocazione ad essere uomo di solidarietà, a voler fare del bene traducendolo in atti concreti. Tant’è vero che uno degli ultimi atti compiti da Pietro Mennea è stato quello di dare vita, con Manuela Olivieri, alla fondazione Pietro Mennea Onlus che si occupa di beneficienza e solidarietà. Ed è con questi sentimenti che noi, semplicemente e senza tanti fronzoli, riunendoci qui abbiamo ritenuto di rendere un omaggio concreto rendendo visibile il luogo da cui Pietro Paolo Mennea ha avviato i suoi primi passi per diventare poi l’uomo più veloce del mondo».


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I commenti degli utenti
  • Martina ha scritto il 05 luglio 2018 alle 05:27 :

    Salve a tutti. Sono la fidanzatina di Pietro dell'epoca, già descritta nella fiction. Sono passati tanti anni da quei tempi ma non posso che commemorare anche io con devozione e rispetto. Pietro correva sempre sin da bambino , era come un anguilla, non stava mai fermo. Ricordo alcune cose. Da piccoli giocavamo alla corsa e dato che correva sempre, la mamma per richiamarlo a se, soleva lanciare dal sottano una pantofola/zoccolo a velocità supersonica, la quale roteava in aria tipo pugnale di Diabolik e colpiva nei sensi il piccolo Pietro, che stramazzava al suolo. Altre volte a venir lanciata non era la pantofola bensì lo spazzolone a mo' di lancia. Pietro correva al largo e qualcuno lanciava Quell'arnese che scendendo a tutta velocità lo trafiggeva Senza pietà. Era pericoloso ma ci piaceva Rispondi a Martina

  • Tania Veloci ha scritto il 04 luglio 2018 alle 16:35 :

    a pezzi dai gatti che usavano quell'indumento anche per riposarsi, quindi era anche perennemente ricoperto di peli. Anni dopo ebbi la fortuna di incontrarlo e gli chiesi, tra le tante cose di cui parlammo quel giorno, della famosa tuta e se l'aveva ancora. Lui disse di sì. Senza dire nulla andò a Roma a prenderla e me la regalò. Ora non so quanto valga o possa essere stimata in termini di soldi, ma per me ha un grande valore affettivo e non la cederei per nulla al mondo! Rispondi a Tania Veloci

  • Tania Veloci ha scritto il 04 luglio 2018 alle 16:31 :

    Io ero una compagnia di allenamenti di Pietro. Ricordo che veniva ad allenarsi con le scarpe rotte e di 4 numeri più grandi perché il piede doveva crescere (spesso correndo le perdeva tanto erano grandi) e la tuta a brandelli che sembrava essere stato sbranato da una pantera e da un branco di lupi famelici i quali avevano affondato i loro denti in quei tessuti, lacerandoli con inumana ferocia. Erano diventati stracci e si vedevano parti del corpo scoperte: magietta aperta, pantaloni strappati. Come se un intero plotone di esecuzione lo avesse crivellato e mitragliato per ore. Non sapevo perchè ma lo scoprii in seguito. A casa aveva 3 gatti che usavano la tuta come tiragraffi e allora dopo poche settimane aveva buchi ovunque. Per buona parte del tempo che rimase a Barletta usò la tuta fatta Rispondi a Tania Veloci

  • Genoveffa Lafiacca ha scritto il 04 luglio 2018 alle 15:03 :

    Complimenti per l'iniziativa! Su Mennea sto leggendo il libro "io Pietro e mio fratello", dove gli autori con Pietro si fermano a vedere una donna "che fa il mestiere più antico del mondo" e in un altro aneddoto saliti su un treno tutti e tre mettono le mani sulle gambe di alcune ragazze americane. Direi di mettere una targa pure su quella tratta. Rispondi a Genoveffa Lafiacca

  • Giuseppina ha scritto il 04 luglio 2018 alle 12:02 :

    Mi segnalano che un sito pubblica dei commenti di alcuni utenti che fanno il mio nome. Ebbene, leggendo queste parole non posso che provare una sincera commozione ricordando quei momenti passati insieme. A casa Mennea io cucinavo (mamma Vincenza la pasta la voleva sempre un sussurro di sale), pulivo e scopavo a terra, ramazzavo. Poi c'era la signora Vincenza, alla quale feci conoscere la mia amica Mara, che era la signora che mi assunse nella sua casa di Roma. Diventarono grandi amiche. Il sabato scendevamo a Barletta. Erano poveri ma ricchi dentro. La tv non ce l’avevano in casa (come scritto nei libri su Mennea), per cui la sera ci si affacciava alla finestra cercando di guardare le immagini trasmesse dalla tv del vicino, un ex ballerino turco. Tanti ricordi mi legano a questa famiglia. Rispondi a Giuseppina

  • Licia ha scritto il 30 giugno 2018 alle 13:34 :

    Posso aggiungere un altro aneddoto, visto che ero amica di famiglia e andavo spesso sopra la casa a mangiare. Il sabato mattina a casa Mennea arrivava la donna delle pulizie, si chiamava Giuseppina. Era diplomata in lingua francese. Essendo durante la settimana di servizio in un appartamento di Roma presso uno chiamato Duilio che faceva il macellaio, portava carne, cibo e bevande per gli indigenti Mennea. A pranzo il suo piatto tipico era "potage de champignon", ricordo come lo pronunciava bene gridando. per noi che non sapevamo il francese era un bel sentire. Una volta qualcuno le rispose "l'anma de cadaver tie", Giuseppina non conoscendo il dialetto barlettano chiese che voleva dire e le venne risposto "l'anima de li mortacci tua!". Mitica Giuseppina, chissà che fine ha fatto. Rispondi a Licia

  • Gino CU ha scritto il 30 giugno 2018 alle 10:56 :

    @Licia: sì è vero, ricordo anche io, correva sempre, poi la notte era stanco ma a letto si dormiva in cinque tutti insieme. La casa era talmente piccola che non potevano stare stesi tutti insieme. Per questo, durante la notte qualcuno doveva a turno dormire fuori. Il piccolo Pietro ogni tanto dormiva sul pianerottolo, con la testa nell’ascensore, le cui porte venivano bloccate con lo scopettone per evitare che qualcuno la chiamasse. Nel frigo non c’era niente da mangiare e la condizione economica della famiglia non permetteva di poter sfamare tutti. Perciò, ogni giorno della settimana era dedicato alla soddisfazione dei bisogni alimentari di ciascun membro della famiglia. Quando non c’era nulla da mangiare spesso si chiedevano gli avanzi alla signora di sopra, una sessantenne di Olbia. Rispondi a Gino CU

  • Licia ha scritto il 30 giugno 2018 alle 10:07 :

    Mi ricordo puro che aiutava il papà Salvatore, che mangiava gli spaghetti con la mano destra la forchetta, con la mano sinistra il cucchiao e con la terza mano fumava la sigaretta oltre aiutava il papà a cucire a mettere si dice i sopamani. Rispondi a Licia

  • Licia ha scritto il 30 giugno 2018 alle 09:37 :

    Io abitavo difronte e me lo ricordo che la sig.ra Vincenza non lo portava mai nel passeggino perchè già correva, nacque già con le scarpe chiodate rotte e (con due numeri in più). Rispondi a Licia